Bambole disabili per bambini disabili:mamme siete d’accordo?

 

Dice l’azienda Makies: “L’idea è di rappresentare i 100 milioni di bambini disabili che sono sempre stati esclusi dall’industria del giocattolo.”     L’uscita delle Makies ha però scatenato un acceso dibattito sul web: in or out? Mamme d’accordo o in disaccordo? Da un lato c’è chi le considera un buono strumento di inclusione, dall’altro c’è chi le considera un mezzo di strumentalizzazione della disabilità, col rischio di trasformare i bambini in vittime del pietismo. Voi cosa ne pensate?   Risponde Rebeca Atkinson, giornalista non udente e promotrice della campagna: “Quando ero piccola, non ho mai visto una bambola come me. Avevo due apparecchi acustici. Nel mondo reale c’erano persone come me. Nel mondo delle bambole era come se io non…
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1 commento

  1. Quando le bambole erano bambole, cioè bambini di cui prendersi cura “da adulti” da “mamme e papà” e non pupattole e veline stile Barbie o altre lolite plastificate, questo problema non c’era perché la bambina (ma anche, più raramente, il bambino) non si identificava affato con la bambola, se mai “proiettava” sulla bambola (che proprio per questo era di solito il simulacro piuttosto “neutro” di un infante di pochi mesi o un neonato) il proprio immaginario, inventava caratteri, condizioni, ambienti e situazioni. La bambola non è il personaggio definito dal costruttore con cui la bambina deve identificarsi, ma uno strumento, il “medium”, attraverso cui esprime creativamente il suo mondo di sentimenti, desideri, paure, fantasie. La prima cosa indottrina e imprigiona, l’altra libera e fa crescere. Ricordo che talvolta facevo ammalare le mie bambole per inscenare situazioni difficili con corse all’ospedale, pericoli da evitare, nemici da sconfiggere, catastrofi naturali, ostacoli da superare, di solito eroicamente e con immancabile successo. Ricordo, di aver sottoposto a cure tipo bendaggi e ingessature le mie bambole: il tutto con materiale di recupero, pezzi di tela, di legno, pezzi di altri giochi. Dopo le cure le bambole guarivano. Io, imprigionata nei busti della mia scoliosi evolutiva di cui avrei dovuto continuare ad occuparmi a vita (e lo sapevo), volevo che le mie bambole guarissero ed ero contenta così, come qualsiasi madre che tanto è pronta ad accettare qualsiasi malattia dei suoi figli tanto desidera che siano il più possibile sani e forti. Ma la vogliamo smettere di tormentare i bambini, disabili e non, coi nostri pruriti politicamente corretti, con le nostre ipocrisie, con i nostri ideologismi? Da disabile di 65 anni, vi giuro che non se ne può più! I giochi devono permettere ai bambini di IMMAGINARE QUELLO CHE VOGLIONO. Nessuno impedisce a un bambino Down di immaginare la sua bambola Down, SE VUOLE, nessuno impedisce a una bambina in carrozzella di inventarsi, usando un camioncino o qualcosa con le rotelle, di mettere la bambola in carrozzella SE NE HA BISOGNO, nessuno impedisce a una bimba con apparecchio acustico di simulare per la sua bambola un apparecchio con un pezzetto di filo plastificato, SE LO DESIDERA. Questa infelice trovata invece non dà scampo ai disabili che si sentono sì riconosciuti ma, guarda caso, non come persone “anche” disabili, ma come esseri completamente e rigidamente identificati da se stessi e dagli altri col proprio specifico stigma. Basta! Piantatela!

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